Questione di soggettive (perché ti devo una spiegazione, seppur complicata)



Io che guardo, tu che guardi. E’ una questione di soggettive. E le soggettive sono vere, perché le soggettive sono soggettive e vedono con gli occhi di quello che siamo.
Il presente è soggettiva, il passato è un insieme di ricordi fatti con inquadrature e una regia. I ricordi li viviamo facendo scelta tra tutte le inquadrature possibili a seconda del sentimento che ci suscita o che desideriamo.
Così vedo in campo lungo me stessa quel 22 dicembre (tu sai), che per festeggiare il mio compleanno ero nuda e sola tra le onde di quel mare di Sicilia illuminato dalla luna e con in corpo una discreta quantità di champagne. E mi vedo sempre a figura intera con quella foga di buttarmi tra le onde gigantesche e lunghe per giocare con la schiuma del mare. Mi vedo da lontano perché è una me stessa lontana e irripetibile, mi vedo da lontano perché quell’unica persona che mi stava guardando avevo capito che un giorno l’avrei esclusa dalla mia vita. E io ricordo quella notte con quegli occhi, non con i miei.
E rivedo me stessa in campo medio seduta con lo sguardo all’infinito con appoggiato alla mia schiena Cristian, tutti e due in silenzio e con le lacrime agli occhi. Ogni volta rivedo ruotare il mondo intorno a noi che seppur in mezzo a un prato del parco Sempione di Milano ci sentivamo disperatamente soli perché l’idea di tenere un figlio così giovani avrebbe cambiato per sempre la nostra soggettiva.
Anni spesi a rivedere momenti, a cambiare inquadrature, a mettere a punto la mia regia dei ricordi fino a quando non mi sono costretta a guardare in soggettiva e a capire le soggettive. E ho notato una cosa.
Quando ho capito che la soggettiva di quel primo figlio, voluto disperatamente, vedeva in me una cosa enorme e importante, la mia soggettiva era contraria perché lo vedevo piccolo e indifeso. Allora mi è venuta in mente un’altra soggettiva di molti anni prima; i miei occhi da adolescente puntati a quell’eclissi solare in mezzo all’oceano pacifico, quel minuto in cui la luna coprì totalmente il sole e potei togliere la protezione agli occhi ribaltai la soggettiva per guardare con gli occhi della luna e per lei ero piccola, infinitamente piccola e indifesa.
Così ero la luna per mio figlio e io ero mio figlio sotto quell’eclissi perché le soggettive non sono un inizio, sono la fine, il risultato di tutto.
E il mio risultato dopo tutti questi anni è una soggettiva in equilibrio, una soggettiva voluta con tutte le energie possibili e quando guardo non dimentico che le soggettive sono diverse a seconda di chi sta guardando, sono il risultato di quello che siamo e di quello che pensiamo.
Ho scelto di vivere in soggettiva e di non vivere più di inquadrature e questo significa cercare la coerenza, la coerenza totale costi quel che costi. Questo significa non avere più coperture, significa spogliarsi di ogni protezione per poter vivere in pieno quello che sono, alla ricerca di me stessa, per tutto il resto posso regalarmi il dono della regia e vivere i ricordi come più mi fanno stare bene.

Se qualcuno scaglia una freccia alle mie spalle e io vedo solo in soggettiva è sicuro che mi colpisca, ma se scelgo un’altra inquadratura e vedo me stessa e una freccia che sta arrivando c’è qualche possibilità che riesca a spostarmi in tempo, però questo significa barare, invece voglio imparare a difendermi senza false strutture, dovessi metterci una vita. Ho deciso di rischiare in soggettiva e non posso permettermi di sbagliare, non più.




Il pezzo qui sopra che già conoscevo, "metamorphosis", è farina del blog di Boris ed ha tutto un altro significato sul suo bog... sul mio ha una SOGGETTIVA diversa.